Friday, April 28, 2006

Fase 6: L’inizio di un nuovo anno.

“Ste, non fare quella domanda ok?” “Ok.” Appena Sara si allontanò la feci. Cominciai a scuoterla. “Torneremo insieme?” … la rivoltai…. “Sì”

Stupida Palla 8.

La Palla 8 è un gioco prodotto dalla Tyco, ed è usato per predire il futuro, riproduce una palla da biliardo: la numero 8 di colore nero che in alcune modalità di gioco deve essere imbucata per ultima, se si imbuca prima si perde la partita.

 

Quei giorni lontano dalla routine mi aiutarono. Quello però che i miei parenti sembravano non riuscire, o non voler capire era la totale inutilità di alcune frasi. Posso scommettere qualsiasi cifra sul fatto che le dicessero in buona fede, ma a me non servivano. Io mi stavo lasciando andare in molte cose, nell’ abbigliamento, nell’ alimentazione, nell’ usare il mio cervello. Mi stavo… rovinando. Ad ogni frase ad effetto del tipo “Ne trovi mille” “Meglio prima che poi” “Si chiude una porta e si apre un portone” io rispondevo con quello che mi sembrava e mi sembra ancora il paragone più azzeccato del mondo:

“Dai passerà!” “Passerà? lo so anch’io che passerà, ma voi dovreste capire che e’ come se fossi andato a dormire con i capelli lunghi per poi svegliarmi completamente pelato. Lo so benissimo che i capelli ricresceranno, ma per il momento ho freddo alla testa!! “

E così mi prese questa febbre delle foto. Prima a decine, poi a centinaia. Oramai giro quasi sempre con la macchina fotografica e a furia di farne comincio a diventare bravino. Alcuni scatti mi vengono meravigliosi ma è solo la fortuna del principiante.

Uun nuovo anno era iniziato e nulla era cambiato se non che le mie ferite stavano cominciando a rimarginare. Ma ci sono cose che sono difficili da cambiare. Penso che anche voi da bambini foste presi dal prurito dove si formavano le crosticine attorno alle ferite alle gambe o alle braccia, o quando ci si sbucciava un ginocchio. E le nostre mamme ad ammonirci: “Non ti grattare! Non togliere la crosta!”

In questo senso direi che io non sia cresciuto mai.

Non feci rimarginare la ferita attorno al mio cuore. Ero sempre a grattare, un pò perchè volevo che sanguinasse per sentire che ancora c’era il sentimento, e che se questo c’era non era ancora tutto perduto. E un pò perchè mi rimaneva la speranza. La speranza che su di me aveva lo stesso effetto della carota messa a penzolare davanti al muso del mulo per farlo camminare. E il mulo è mulo mica per niente perchè non arriverà mai alla carota eppure ci prova.

Nella mitologia greca si narra di Prometeo che portò il fuoco agli uomini, ma Zeus adirato per tale gesto lo fece incatenare a una parete rocciosa dove ogni giorno un enorme rapace gli procurava indicibili sofferenze straziandogli le carni e divorandogli il fegato. Durante la notte il fegato di Prometeo si riformava così che il giorno dopo il rapace tornasse a tormentarlo.

A differenza di Prometeo io il rapace lo chiamavo col richiamo.

Una delle soluzioni più drastiche dopo la fine di un bel rapporto, è quella di disfarsi o togliere dalla propria vista e portata qualsiasi oggetto che possa ricordare il partner. C’e’ chi in questo è distruttivo e letteralmente smaterializza ogni genere di suppellettile o gadget con un fuoco purificatore e c’e’ chi più semplicemente “archivia” il tutto in scatole e cartoni: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Io invece cercai di passare attraverso questa fase senza alterare nulla di ciò che possedessi, volli fare come Odisseo e passare in mezzo alle Sirene.

Se siete in una situazione simile a quella che ho descritto cercate di essere più saggi di me: archiviate TUTTO.

Oggi sappiamo che i compagni di viaggio di Odisseo lo consideravano un buon condottiero ma anche un gran pirla.

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Fase 7: I miei fantasmi.

Come animali evoluti abbiamo sviluppato la capacità di riconoscerci nelle superfici riflettenti. Abbiamo quella che viene definita una “immagine di sè”. Condividiamo questa capacità con pochissimi altri animali come ad esempio alcuni primati. A volte negli specchi ci passiamo attraverso o non vediamo cose che dovremmo vedere. A volte vediamo cose e persone che non ci sono. Sono dentro o oltre lo specchio? Non lo so, chiedetelo a Lewis Carroll.


Il Re che dorme. Illustrazione tratta da “Attraverso lo specchio” di Lewis Carroll

Non volevo che sparissero. Sapevo che un giorno sarebbe accaduto, che avrei guardato e loro non ci sarebbero stati più. Semplicemente non volevo che questo accadesse. Ogni volta che pensavo alla loro scomparsa mi veniva da piangere e il più delle volte piangevo. Con loro se ne sarebbe andata una parte di me, la loro sparizione avrebbe significiato che il tempo stava passando e che mi allontanavo sempre più da un bel passato. Non volevo che i miei fantasmi mi abbandonassero.

Oggi posso scrivere che il modo migliore per viaggiare nel tempo come su qualsiasi percorso è quello di seguirne il senso di marcia. In avanti.

Quanti di voi guiderebbero lungo una strada solo in retromarcia?

Io ho percorso sei mesi in questo modo, ma alla fine mi sono girato per il verso giusto e ho reingranato la prima.

La rivedevo ovunque. Accendendo la luce in camera da letto, in cucina, riflessa nello specchio del bagno e seduta accanto a me in macchina. Sorrideva. Sempre.

E’ così che mi piace ricordarla oggi.

I miei fantasmi venivano evocati anche dai paesaggi e dalla musica. Musica e paesaggi che ho dovuto evitare per non sentirmi sprofondare nella malinconia e quando non ho potuto fare a meno di vedere o ascoltare allora ho scelto il silenzio.

Man mano che il tempo passava il mio cervello si convinceva che era ora di voltare pagina, che avevo tutte le ragioni per mandarla a quel paese, che non aveva saputo apprezzare quando di straordinario avessi fatto per lei, solo per lei e che quindi non mi meritasse. Ah il cervello, il razionale che si scontra contro il cuore e i sentimenti che non hanno nulla di razionale.

Come ha detto il mio fratello adottivo Max:

“Ascolta il tuo cuore e fregatene della ragione. Per un semplice fatto, la ragione serve per sopravvivere, il cuore per vivere.”

So per certo che Max legge queste righe, dopotutto è mio fratello, e per questo io ti ringrazio fratello, per questo e per tutto, per la definizione dietro alla cartolina che mi hai regalato:

“Quando in un uomo la pazzia e l’estro creano la magia.”

O per l’sms che mi inviasti il giorno dopo la notizia della fine, mentre ero distrutto:

“Un leggero motivo a pianoforte eccheggia nell’aria: per elisa di Mozart. Una delle canzoni d’amore più tristi mai scritte, un’ anima che piange ma che vive nella speranza, ritmi che si alternano come le fasi devita, un capolavoro dal cuore. Fuori la nebbia circonda le strade impervie, non ti consente di vedere, sei cieco. Continui a seguire la tua direzione, non puoi fare altro, speri che da una qualche parte conduca, anche se hai voglia di smettere, per te non ha più senso, vuoi solo accostare e aspettare che la nebbia si diradi. E invece ti scongiuro viandante, prosegui con il peso nel cuore e lascia che sia la luce che cerchi a trovarti, perchè purtroppo i lampioni non si spostano e l’attesa potrebbe essere eterna. Questa è per te fratello”.

Io ti ringrazio e a quanti mi chiederanno chi sono i miei fratelli io saprò indicare senza esitazione te tra questi.

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Fase 8: Voglia di Comunicare.

Il giorno 19 Marzo 2002 il professor Marco Biagi viene assassinato a colpi di pistola davanti al portone di casa sua a Bologna. L’indomani vengono indette delle assemblee generali straordinarie nelle varie sedi dell’ Università di Modena e Reggio Emilia. Io mi trovavo nell’ aula magna della facoltà di Scienze della Comunicazione a Reggio Emilia. Dopo le parole di alcuni membri del corpo docenti venne chiesto a noi studenti se avessimo qualcosa da dire. Parlò uno di noi e poi ci fù il silenzio. Lo odiai quel silenzio e mi alzai e dissi che mi straniva e preoccupava un simile silenzio in una facoltà di scienze della comunicazione , dissi che questo era quello che i terroristi volevano: il silenzio. Un silenzio che ci accomunava ai morti perchè i morti non parlano.

Non posso farci niente, sono vivo e ho sempre voglia di comunicare con qualsiasi mezzo.

 

Per questo motivo e per un tarlo che cominciò a rosicchiarmi la mente decisi di telefonarle. Volevo avere sue notizie, sapere come stava, come aveva passato le vacanze.

Rispose lei. Il tono della voce era sereno, come di chi parla con un conoscente. Questo mi fece vacillare, parlammo del più e del meno e poi le chiesi se aveva ascoltato il cd. “No, pensavo fosse un cd fotografico da vedere sul computer”. Parlammo ancora a vuoto e prima di salutarla le dissi che non potevo fare a meno di dire una cosa: “Mi manchi”. Fui freddato. Mi rispose: “Passerà.”

Io non volevo che passasse. Avrei preferito che evolvesse! L’ amavo ancora e il mio amore era sprecato. L’amavo e l’unica cosa che mi passò per la mente di fare fu dirglielo. Le scrissi altre email.

Scrissi tra le altre cose:

Passera’.
Passera’ questo tempo e passeranno questi sentimenti.
Passera’.
Passera’ quanto detto e quanto scritto.
Passera’.
Passera’ il freddo e l’umido e l’assenza del volo degli uccelli.

Rimarra’.
Rimarra’ il meraviglioso ricordo del periodo piu’ bello della mia vita.
Rimarra’.
Rimarra’ una persona incredibile che mi sapra’ dare ancora molto.
Rimarra’.
Rimarra’ la luce che ha brillato nei nostri occhi.

 

Continuavo a rivederla per i soliti inderogabili impegni ma non vi era comunicazione.

Intanto l’inverno si avviava verso la sua fine. Pensavo che se le cose fossero rimaste tali ne sarei uscito in qualche modo.

Sapevo di star cambiando, sapevo di essere cambiato e speravo che questo mio cambiamento palese agli occhi di molti ma apparentemente invisibile ai suoi, sarebbe stato capace di mutare la situazione in cui versavo.

Le mie erano prove tecniche di trapianto. Stavo sottovivendo senza cuore da diversi mesi, insistevo a voler riempire in qualche modo quel vuoto nel mio petto.

Mi sarei dovuto aspettare una crisi di rigetto.

Quella che ebbi fu devastante.

 

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Fase 9: Crisi di rigetto.

“Ste, tu sei geloso?” “No se la mia ragazza non mi dà motivo di esserlo.”

I primi giorni del 2006 trascorrevano normali ed il mio umore era poco al di sopra delle mie scarpe. Niente di più. E fu in queste condizioni che accolsi Alex in quei freddi giorni di Gennaio. Parlammo. Lui aveva le sue idee in merito alla mia situazione e cercò di spiegarmi il suo punto di vista. Punto di vista che io accatastai nella mia mente assieme a tutti quelli che precedentemente mi erano stato esposti. Alex l’aveva conosciuta grazie a me e aveva avuto modo di parlarci più volte prima della nostra rottura. Da allora erano cessate le loro comunicazioni. “Peccato” pensai, così ne approfittai per rimetterli in contatto. Dopotutto consideravo e considero Alex una delle poche persone da annoverare con orgoglio tra le proprie conoscenze.

Non mi ci volle molto. Alex la chiamò a casa e si sentirono, il mattino dopo ci recammo in biblioteca e lei ci raggiunse. Mi faceva effetto vederla, e mi faceva male non parlarci. Così mentre loro si misero a chiacchierare io rimasi a bollire nel mio brodo studiando storia moderna. La presenza di Andrea fece sì che in occasione del suo compleanno ci organizzassimo per festeggiarlo a dovere la sera stessa. E così fu. Ci incontrammo in un pub, con Alex, lei e Lorenzo.

Si dice “così vicini eppure così lontani” ecco, vi assicuro che è una sensazione che fa schifo. Per me la serata passò in questo modo, tranquilla ma non godibile. Organizzai sul momento una “torta a sorpresa” per Andrea convincendo la barista a darmi un bombolone e a metterci sopra una candelina (rosa).

Lo so, lo so…. sono un genio.

I giorni passarono e dovetti salutare Alex per vederlo partire alla volta di casa.

Ero di nuovo solo coi miei pensieri.

Quando qualcosa di inaspettato ci prende possiamo solo “viverlo”. Credo che combattere l’imprevisto sia impossibile come tentare di prevederlo. O come tentare di fare un discorso ad Alex senza essere interrotti. Impossibile, appunto.

Sabato sera Andrea avrebbe festeggiato il suo compleanno con molte altre persone in un locale dalle mie parti. Sapevo che lei ci sarebbe andata. Pensai che mi sarei divertito con gli altri, dopotutto non potevo mancare al compleanno di un mio “fratello”. Conoscevo quasi tutti gli invitati. Ci sedemmo per cenare e festeggiare. Ogni tanto mi soffermavo a guardarla, di sfuggita, per vedere se anche lei guardava me: il suo ex.

Se ci tenete a saperlo la risposta è : no. Non mi guardò affatto, ai miei occhi aveva tutta l’aria di divertirsi.

Per me quello stare a vederla mentre si divertiva era uno spettacolo doloroso da cui però non riuscivo a distogliere lo sguardo, come quando da piccolo durante i film horror mi mettevo le mani davanti agli occhi per poi sbirciare attraverso le dita.

Anche sotto questo punto di vista non sono cresciuto molto.

Ecco, lei rideva. Rideva gente! E lo faceva senza di me! Io facevo fatica ad elargire sorrisi e lei rideva e si divertiva.

Non ero io a farla divertire come era stato fino a pochi mesi prima, come era stato quando l’avevo corteggiata, a un compleanno di una ragazza che faceva teatro con la nostra compagnia. Oddio un compleanno.

E sapevo che se mi avesse detto: “Ok, fammi ridere allora, fammi divertire!” io non ci sarei riuscito. In quel periodo cercavo di non essere di peso alla gente o di esserlo il meno possibile. Stiamo riverniciando la sua auto signore, ci vorrà del tempo e poi tornerà come nuova.

Pensavo di essere arrivato alla fine di quello spettacolo. Ma la situazione mandò il mio cervello K.O.

Uno degli invitati le si sedette accanto, mise un braccio sullo schienale della sua sedia e iniziò a parlare e a scherzare con lei.

Oggi non so dire se io abbia enfatizzato quella scena a causa dei miei sentimenti o della mia situazione peculiare da ex, ma il mio cervello cominciò ad urlare “VATTENE! VATTENE CAZZO!! IO NON CE LA FACCIO PIU’! PORTAMI VIA DA QUI!”

Lei era lì, sapeva quello che provavo per lei e faceva la civettuola con quello lì? Con lui che io conoscevo appena ma che consideravo la mia NEMESI? Ad un compleanno di un nostro collega attore… come quando io… quando io…. e lei….

Merda. I ricordi ogni tanto fanno male. Troppo.

I miei pensieri cessarono. Ci fu solo il dolore. Mi alzai molto lentamente e mi infilai la giacca. Ero il primo ad andarsene, era relativamente presto per lasciare una bella festa allegra e con dell’ ottima musica live. Qualcuno dei presenti capii e non fece domande. Feci gli auguri ad Andrea mi scusai e gli chiesi se possibile di capire quello che stavo provando.

I metri che mi separavano dalla macchina durarono un’ infinità. Aprii la portiera, la richiusi, misi le chiavi nell’ avviamento e… iniziai ad urlare. Ero impazzito, la crisi di rigetto era al suo culmine, stavo provando un sentimento dolorosissimo che non avevo mai provato prima.

La gelosia.

Iniziai ad urlare e a piangere e a percorrere a una velocità insensata il tratto di strada che mi separava da casa.

Ho avuto paura diverse volte nella mia vita. Quella fu una.

Guidavo, anzi pilotavo senza senso, sentivo il dolore scuotermi dentro e le mie stesse urla mi giungevano come lontanissime. Negli occhi la scena della mia nemesi intento a divertirla.

E lacrime, talmente tante da far fatica a mettere a fuoco la strada.

A quest’ora potrei essere morto, triste media dei “morti del sabato sera”.

Il dolore non diminuiva, la gola cominciava a farmi male ma non riuscivo a smettere di urlare.

Chiamai Iacopo e singhiozzante e biascicante gli feci capire cosa stava succedendo. Rimanemmo per più di un’ora al telefono e devo dire che fu una benedizione.

Arrivato a casa mia madre mi vide e trattenne le lacrime… ero proprio uno straccio.

Mi sentivo “vuoto”, così mi abbandonai al sonno.

 

Posted by StefsTM at 10:11:09 | Permalink | No Comments »

Fase 10: La mia resa.

“Un popolo dovrebbe capire quando è sconfitto.”
“Tu lo capiresti? Io lo capirei?” - Il Gladiatore

Dovevo veramente aver impressionato mia madre, e al mattino la mia cera non doveva essere delle migliori.

I miei genitori erano preoccupati per la mia salute psicofisica. Davanti ai fatti non potevo negare, illudermi o tentare una ridicola resistenza: stavo male, stavo molto male, erano passati mesi e non ci ero saltato fuori.

“Non sei abbastanza forte Stefano, si vede, capiscilo: non devi più rivederla o frequentare le sue stesse attività”.

La favola dell’ innamorato forte e testardo che alla fine la spunta… era finita.

Avevo perso, mi sentivo come se avessi perso. Non c’erano tavoli di negoziati diplomatici per me, la resa doveva essere totale.

Questa resa comportava l’abbandono di attività che adoravo con amici a cui ero legato.

Dovevo abbandonare il palco su cui avevo recitato per 3 anni.

Che bisogno c’era di farle sapere che avevano vinto? Lei e il suo maledetto muro intendo.

Beh ora non lo so e dubito che lo sapessi allora, ad ogni modo le scrissi ancora.

[...]Per adesso, devo convivere con sguardi radi, e rade parole, con qualche lacrima
che solca il mio volto, c’e’ chi mi considera un debole, ma come si puo’ essere
forti una volta persa la persona che si ama, che si e’ imparata ad amare, corpo
e mente, con cui ci si e’ uniti?
Aspettare, aspettare aspettare, aspettare che il cuore e la mente si aprano e la
lascino volare via, ma nell’attesa sentire che sbatte dentro e rimescola tutto
rendendoti stupido.[...] E vedere le altre coppie, col
litigio e la rabbia e col perdono e non realizzare il perche’. Vedere i propri
errori a rallentatore, capirne gli effetti, e una volta trovati i difetti,
sentire che e’ troppo tardi, che non c’e’ piu’ niente da fare, che “dottore
siamo spiacenti ma l’abbiamo perso”. Ma come l’abbiamo perso?! Portatelo in
rianimazione per Dio!” Sentirsi scostati, allontanati, e vedere chi ami ridere e
star bene, pensando a quando eri tu a farla ridere.[...] Vederla bellissima, oggi come allora vedendoti
trasandato. Non poter chiedere cosa ha mantenuto del vostro passato, e se
qualcosa gli manca. Risentirla nelle canzoni che ascoltavate e in quelle nuove.
Sentendo la Pausini che canta “sei polvere nei corridoi”. Non riuscire a
comunicare che quanto di male e’ stato fatto e detto lo e’ stato in buona fede,
e che proprio per questo e’ stato piu’ difficile e lento da cambiare . Sentirne
la mancanza come “al deserto manca la pioggia”.[...] Provare il dolore di
essere assenti anche da presenti, avendo a che fare con un muro e con un “non
riesco a provare niente per te”. Ma perche’, ma come. Voler spiegare
razionalmente i sentimenti e le sensazioni, che non hanno mai avuto qualcosa di
logico e razionale. E la voce che dice, non ti ama piu’, fattene una ragione. E
non riuscire a trovarla questa ragione tra gli errori e i difetti. E allora
stare zitti, in silenzio, ascoltando il proprio respiro, sentendo che il tempo
sta passando. Sentendo l’umido sulle guance sapendo di non meritarsi un simile
distacco e indifferenza, perche’ ci sei ancora non sei semplicemente diventato
di ombra. Sapendo che la speranza e i sogni non ti abbandonano, non adesso.
Sapendo che lei e’ quella che vuoi e che lei non ti vuole, e che le tue parole
avranno un altro senso al suo orecchio. Sentirsi polvere nei corridoi per lei.[...] Rinunciare a chiedere l’onore delle armi o il rispetto
del dolore, rinunciare a sperare che si accorga di quanto di meraviglioso e
incredibile e magico e’ successo, rinunciare a comunicare, rinunciare ad altro
allontanandosi perche’ la paglia continua a bruciare vicino al fuoco, e
allontanarsi alla fine, saggezza popolare, lontano dagli occhi, lontano dal
cuore pur sapendo che esiste chi riesce ad allontanare dal cuore rimanendo
vicino. Senza negare fiducia e rispetto, perche’ non ripaghi piu’ con la stessa
moneta e allontani la rabbia e l’odio che e’ detto figlio dell’amore. Cio’ che
vogliamo e con cui abbiamo un legame sentimentale noi lo difendiamo e ci
battiamo. Sapendo di poter ripetere gli stessi pensieri a chiunque, anche a lei
in faccia cercando di aprire quegli occhi. L’aveva capito Shakespeare: “Amore
guarda non con gli occhi ma con l’anima” .Non so cosa mi riserva il futuro, so
che persona sono, conosco il mio lato sensibile e ci sono cose che questo lato
invece ignora perche’ chi può dirsi “esperto” di sentimenti? Ma nemmeno questo
mi fa paura, ci saranno momenti bui, ma non sono solo. Lo sono dentro di me
come lo siamo tutti, e allora mi aggrappero’ alle parole e agli altri per
venirci fuori. Facendo alla fine di testa mia. Non vedo l’ora di continuare.

(Finii la mail facendole sapere dove sarei andato Sabato pomeriggio. Speravo che volesse finirla, accettare la sua vittoria)

Oggi leggo queste parole e mi guardo indietro e penso per dove sono passato e cosa ho provato.

Mi ritengo molto molto fortunato a conoscere le persone che conosco e ad aver fatto o scritto certe cose.

Le ho provate tutte. E per questo non ho rimpianti.

Ho amato senza condizioni. E per questo non ho rimpianti.

Ho speso moltissime energie senza ottenere niente. E per questo non ho rimpianti.

Posted by StefsTM at 10:07:06 | Permalink | Comments (1) »

Fase 11: Il crepuscolo degli dei.

Nessuno mi aveva chiesto di venerarla. Il culto lo avevo iniziato io da innamorato. Lei avrebbe preferito che la odiassi. Vero. Ma guardate voi attraverso gli occhi dell’ amore e ditemi cosa vedete. Lei mi avrebbe aiutato involontariamente a profanare il suo tempio e a dismettere il suo culto. Da solo dubito che ne sarei stato capace. La perfezione era destinata a cadere, la dea tornava ad essere un difettoso essere umano. La condizione di dea prevede l’infallibilità e l’accettazione di qualsiasi cosa da lei detta o fatta. Anche se si tratta di azioni che arrecano dolore, o sviliscono o mancano di rispetto. Per fortuna prima poi arriva sempre:

Il crepuscolo degli dei.

 

Alla fine presi l’unica decisione possibile: avrei evitato lei e ogni luogo o attività che avrebbero potuto farmela incontrare.

Dei giorni che mi separarono dall’ ultimo incontro con la compagnia teatrale non ricordo molto.

Un ricordo però è chiaro e nitido nella mia mente:

Ero in auto con mio padre, diretti non so dove per non so quale motivo. Non si parlava molto, a dire il vero da diverse settimane non ero dell’ umore adatto a fare conversazione. A un certo punto allungò il suo indice verso la plancia, pigiò un bottone e mi chiese: “Conosci questa canzone di Ivano Fossati?”

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Ivano Fossati - C’e’ tempo.

 

Quanto di composto c’era in me in quell’ abitacolo in quel momento… beh affondò.

Non mi è mai piaciuto piangere davanti a mio padre. Lui mi guardò, sorrise e disse: “Piangi? Allora non l’hai ancora capita.”

E’ vero, non l’avevo ancora capita. E’ magico come il senso che diamo a una canzone cambi insieme a noi.

Oggi ho riconquistato le vecchie canzoni, quelle che mi ricordavano lei e che dovevo sfuggire per non sprofondare nella malinconia.

Antropologia Culturale era per me difficile da studiare in quei giorni, con l’esame ormai alle porte. Le inviaii una mail con il testo della canzone e alcuni pensieri sulla musica, quella per me allora proibita perchè portatrice di ricordi e quindi di dolore.

Venerdì sera mi sarei congedato dal Teatro e rivolevo le mie ultime cose ancora in suo possesso. Gliele chiesi con un sms.

Inaspettatamente ricevetti una risposta. Mi si informava che le mail erano state lette e che le mie cose mi sarebbero state consegnate, appuntamento mezz’ora prima dell’ inizio dell’ incontro a Teatro.

Aveva letto le mie mail? Voleva ridarmi le mie cose? E allora perchè voleva incontrarmi PRIMA?! Voleva parlarmi?! E … cosa voleva dirmi?! Oddio… e se… no no no no… non è possibile… però… forse…

Speranze e sogni.

Come mettere una fiala di nitroglicerina in mano a un malato di Parkinson.

“Soldato, devi semplicemente tirare la granata contro il bersaglio. Toglie la spoletta, conta fino a 15 e poi lancia. Tutto chiaro?”

Feci tutto a una velocità impressionante, mi lavaii, mi vestii e mi ritrovai a fissare l’orologio della mia auto, da solo nel parcheggio di fianco al teatro 15 minuti prima dell’ appuntamento.

“Signorsì!”

Lei arrivò, tirò fuori le mie “cose” : Doom I, Doom II e una tastiera. Le sistemammo nel bagagliaio ed entrammo nell’ abitacolo.

Abbassai il volume della radio, non c’era bisogno di colonna sonora per quel momento così simile a quelli passati eppure enormemente diverso.

Il soldato rimuove la spoletta ed inizia a contare … 1 … 2 … 3 … 4 … 5 … 6 … 7 … 8 … 9…

Silenzio. “Come va?” le chiesi. “Bene. Ho letto le tue mail.” “Uhm.” “Ascolta, non ripetiamo i discorsi dell’ altra volta. E’ finita.” “E’ tutto qui quello che mi devi dire?” “Sì.” “Ma io sono CAMBIATO!” il mio tono di voce aumentò leggermente e si fece poco più rauco.

… 10 … 11 … 12 …

“Ste, non ricominciare.” il suo tono di voce si fece più profondo e allo stesso tempo più teso. “Come puoi dirmi una cosa sImile?” in “simile” la mia voce cominciò a tremolare, gli occhi si fecero lucidi. “A ME LO DICI?! CON CHE CORAGGIO FAI A ME QUESTA DOMANDA?! LO SAI CHE COSA HO PASSATO PRIMA DI FINIRLA? IO CI CREDEVO!” Ecco, non era più parlare, era discutere.

… 13 … 14 … 15.

“ANCHE IO CI CREDEVO! NON VOGLIO RICOMINCIARE, VOGLIO INIZIARE QUALCOSA DI DIVERSO!” Piangevo. “SE VUOI PIANGERE VA BENE, MA NON HO VOGLIA DI PARLARE ANCORA DI QUESTO” e io “MA TUTTO QUELLO CHE HO FATTO PER TE? IL MIO AMORE? NON VALE A NIENTE?!” mi rispose “IO NON RIESCO A PROVARE PIU’ NULLA PER TE LO CAPISCI?!”

Il soldato muove il braccio e vede la spoletta andare ad adagiarsi vicino al bersaglio. “Ma che cazzo ho lanciato?”

Emisi un genuino grido di dolore. “SE VUOI URLARE FALLO, SE TI FA SENTIRE MEGLIO FALLO, IO SCENDO DA QUESTA MACCHINA” disse. “IO PER TE LASCIO TEATRO!” non ho idea di come lo dissi.

Abbassa lo sguardo sulla sua mano, la granata è lì. Succede. BOOM.

Mi guardò. Non disse nulla, semplicemente scese. Rimasi da solo a piangere, ci misi quasi 15 minuti a ricompormi.

In Teatro gli altri videro che avevo gli occhi pesti e che rimanevo in disparte. Quando lo ritenni opportuno parlai e mi congedai da loro e dal palco dicendo che un giorno sarei tornato ma che dato il mio prossimo trasferimento a Modena non potevo garantire la mia presenza per il prossimo spettacolo.

 

Non capivo come fosse possibile comportarsi così davanti a qualcuno che ti ama e che versa lacrime sincere. Arrabbiarsi, alzarsi e andarsene intendo.

Quanto accadde contribuì a far dissociare l’idea che avevo di lei, da quello che lei era realmente.

Avevo visto una stella brillare, mi piace pensare che abbia brillato anche per merito mio, ora era tempo di capire che la luce di quella stella arrivava dal passato. La stella non c’era più.

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Ultima Fase: E non ne rimase più niente.

“La lezione più grande che potrai mai imparare è amare e lasciarti amare.” - Moulin Rouge

Cosa c’e’ di straordinario nella nostra vita?

Le emozioni? I sentimenti? I pensieri? Le opere che compiamo?

Personalmente rispondo che la vita stessa è di per sè straordinaria.

Nelle settimane successive ebbi molto tempo libero, tempo che impiegai in svariati modi, tra cui conoscere nuove persone e passare gli esami universitari. E poi?

Beh, poi dovetti fare i conti con il fatto di non riuscire ad odiarla o disprezzarla.

Perchè vedete, a me riesce difficile serbare rancore, le uniche persone che “odio” sono i falsi, i razzisti, e i pedofili.

Così mi risolsi a non provare sentimenti negativi, cercando per quanto possa suonare irrazionale di “perdonarla”.

E le scrissi. Ancora.

Fiducioso in un futuro migliore:

[...]Forse un giorno ricominceremo a parlare. A comunicare.

“Lasciate che il mio cuore si disintossichi, come da un dolce veleno di cui non
puo’ fare a meno. Vedrete allora altre stelle a indicarvi l’alba che arrivera’.
La notte non incontra il giorno, e il sole non si unisce alla luna. Ma accade.
Accade che coloro che stanno lontani si ritrovino dopo molti cicli. Voi la
chiamate eclisse.”[...]

Che senso ha perdere le persone? Quando le perdiamo con esse se ne vanno le cose buone e le cose non buone.

Se non potevo averla accanto come compagna, ci sarebbero stati altri modi per averla accanto nella vasta gamma di sentimenti umani.

Vi svelo che per S. Valentino girai un videoclip, confezionandolo in un Dvd. Dvd che lasciai la notte del 13 nella sua cassetta delle lettere.

A differenza del cd questo dvd non aveva speranze o sogni con sè. Era qualcosa che “sentivo” di fare. Questa volta lo facevo da disincantato, quello che mi interessava e mi faceva andare avanti nel prepararlo era il gusto della sfida nel realizzare qualcosa con cui non mi ero mai cimentato prima.

Personalmente ritengo che il Dvd da me realizzato sia una cosa incredibile e fantastica.

Ad ogni modo dopo: decine di sms, parole dal vivo, una lettera d’amore e diverse email dello stesso calibro, un libro, un sito, un raccoglitore con volantini, biglietti ferroviari e altro; una canzone composta e cantata, un cd musicale prodotto e confezionato, un dvd, diversi versi e migliaia di parole, molte lacrime…

Dopo tutto questo non ottenni nemmeno l’amicizia o il tentativo di crearla o di creare un qualsiasi sentimento umano.

E fu allora che della mia considerazione verso di lei non ne rimase più niente.

 

Il tutto si consumò molto rapidamente nel pomeriggio di S. Valentino via sms:

“The Libertine con Depp a cavriago stasera. Mi concedi la tua compagnia?”

Lei: “Non mi sembra il caso.scusami!”

Io:”Figurati.Probabilmente hai paura che io continui a piangere e a
corteggiarti io invece ero x una serata tipo blablabla Ma non mi sembra il
caso vero? troppo imbarazzante ste.Se sei anche tu ancora single domani
allora auguri eh!sarà mai il caso di non evitarmi?Aloha”

“Patetico il mio tentativo di iniziare a convertire il mio sentimento in
amicizia? a me farebbe piacere anche solo chiacchierare senza importunarti
ma si vede che di amici come me non ne hai il bisogno. Sorridi!”

Lei: “Non si tratta nè di paura nè di voglia di evitarti. Non mi sentirei a
mio agio e basta. non credo sia il caso di far la vittima! nessuno ti
compatisce!”

E io: “Vittima? oh ma che ti sei messa in testa? Ti metto a disagio? L hai
detto tu mica mi invento niente! Perche’ disagio? Hai detto che non hai
rancore verso di me. Al posto mio che faresti o penseresti?”

Lei: “Guarda a me certi atteggiamenti proprio non piacciono. Non ho rancore
ma non e’ che ti posso trattare come un amico qualsiasi.basta, ormai ne ho
abbastanza”

Io: “Cioe’ ma cazzo!ti dimostro che ti amo ancora e niente!allora mi dico
vabe’ mi ha detto che come amico non vuole perdermi cerchiamo di convertire
questo sentimento. Avrai i tuoi tempi ma se io sono ignorante tu sei
orgogliosa troppo.ne hai abbastanza?!!Ne uccide piu’ l’orgoglio che il
petrolio!ma che ti amo a fare!abbastanza!stupida.”

 

Mi sentii… libero.

Non ho idea di come sia il ritratto che ho dipinto di lei in questi miei post.

Se conoscete colei di cui ho parlato allora avete la vostra opionione in merito.

Se non la conoscete forse sarete spinti a pensare che sia una persona insensibile, magari un pò vigliacca.

O una stronza.

Non lasciatevi trascinare dai MIEI trascorsi e dai MIEI sentimenti.

E’ possibile che sia una buona persona, con me lo è stata molto tempo fa, ora non lo è più.

Ma ora a me non importa.

Lei non credeva che le persone potessero cambiare, che io potessi cambiare.

E una canzone di De Andrè parla per me:

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a crederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore
dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei “sempre”
nell’ipocrisia dei “mai”

non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.

E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pesarmi già vecchio
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi,

digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani
dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l’amore
alle carenze dell’amore
era facile ormai

non sei riuscita a cambiarmi
non ti ho cambiata lo sai.

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi

sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai.

Ma senza che gli altri non ne sappiano niente
dirmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l’amore per amore
o per avercelo garantito,

andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.

Fabrizio De Andrè - Verranno a chiederti del nostro amore.

Ci sono stati giorni in cui avrei voluto che lei mi fosse accanto, ci sono stati giorni in cui:

“Sai cosa vorrei ardentemente in questi giorni ma proprio roba da “esprimi un desiderio”?”
“Dimmi”
“Ecco io vorrei dirle: VERGOGNATI PER COME MI HAI TRATTATO IN QUESTI MESI PERCHE’
IL MALE CHE IO TI HO FATTO PROVARE L’HO FATTO IN BUONA FEDE MENTRE TU L’HAI
PONDERATO E PERPETUATO SAPENDO COSA PROVAVOOO!
E poi vorrei stendermi con lei su uno di questi prati in silenzio a guardare sto cielo della madonna. Ecco cosa. Sono stufo di soliloqui solitari nel mio ufficio, a scrivere cronache e pensieri o documenti aziendali con l’orecchio al citofono e l’occhio sull’identificatore di chiamata. E’ snervante.”

Quei giorni sono passati.

E qui finisce la parte del blog che parla di sentimenti. Finisce da dove era iniziato.

Grazie per aver letto o commentato, spero che non dobbiate passare quello che ho provato.

Se dovesse capitare sono qui a dirvi che è vero che si sopravvive, e poi si ritorna a vivere.

Se non doveste credermi perchè in questo momento proprio non ci riuscite ebbene vi capisco, ci sono passato anch’io.

Amate comunque, non risparmiatevi nulla, perchè quello che ci teniamo dentro và perso.

Vi auguro buona fortuna, dopotutto io ci credo, ho amici e fratelli e parenti che mi vogliono bene, e come cantano i Negrita: ho imparato a sognare…

Ho imparato a sognare,
Che non ero bambino
Che non ero neanche un’ età
Quando un giorno di scuola
Mi durava una vita
E il mio mondo finiva un po là
Tra quel prete palloso
Che ci dava da fare
E il pallone che andava
Come fosse a motore
C’era chi era incapace a sognare
E chi sognava già
Ho imparato a sognare
E ho iniziato a sperare
Che chi c’ha avere avrà
Ho imparato a sognare
Quando un sogno è un cannone,
Che se sogni
Ne ammazzi metà
Quando inizi a capire
Che sei solo e in mutande
Quando inizi a capire
Che tutto è più grande
C’ era chi era incapace a sognare
E chi sognava già

Tra una botta che prendo
E una botta che dò
Tra un amico che perdo
E un amico che avrò
Che se cado una volta
Una volta cadrò
E da terra, da lì m’alzerò

C’è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò

Ho imparato a sognare,
Quando inizi a scoprire
Che ogni sogno
Ti porta più in là
Cavalcando aquiloni,
Oltre muri e confini
Ho imparato a sognare da là
Quando tutte le scuse,
Per giocare son buone
Quando tutta la vita
è una bella canzone
C’era chi era incapace a sognare
E chi sognava già

Tra una botta che prendo
E una botta che dò
Tra un amico che perdo
E un amico che avrò
Che se cado una volta
Una volta cadrò
E da terra, da lì m’alzerò

C’è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò

Se c’è un manifesto della mia esistenza… è questa canzone.

Siamo uomini di sabbia che corrono controvento gente.

Aloha.

Sappiate che sto vivendo e sono felice.

Stefano “StefsTM” Pertosa. 11 Maggio 2006

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write things worth reading, Or do things worth writing.

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